Molto prima degli uomini che odiavano le donne e delle torbide atmosfere dei thriller svedesi di Stieg Larsson, una coppia di scrittori, coniugi nella vita, diedero alle stampe dieci gialli nell’arco di un decennio. La loro tecnica di scrittura assomigliava ad un gioco di società: uno scriveva un capitolo, l’altro il seguente, e così via. Unico tratto comune dell’intera serie: la squadra chiamata a risolvere i casi, costituita da poliziotti che paiono bozzetti di caricature, capitanati dal taciturno ispettore Martin Beck.
Il grigiore delle periferie di Stoccolma, l’abusivismo edilizio, l’emarginazione degli immigrati, la pigrizia degli apparati burocratici, i quartieri rarefatti di una borghesia prigioniera, il degrado larvato di una Svezia baciata da una socialdemocrazia che non si riesce ad invidiare del tutto fanno da sfondo a queste storie in cui Martin Beck ed i suoi comprimari non forzano la soluzione dei delitti, ma attendono metodicamente, negli uffici stantii di sigarette, che filtri dagli indizi come se un’ineluttabile legge fisica dovesse prima o poi portarla a galla. Non c’è azione, in questi gialli, ma l’inesorabile ingranaggio di un’indagine che si muove un’intuizione dietro l’altra.
Per gli amanti della simmetria, la serie comincia con Roseanna.
Benedetta Barbisan
Maj Sjöwall, Per Wahlöö, L’uomo che andò in fumo (trad. it. di Renato Zatti), Palermo, Sellerio, 2009 (ed. or. 1966), pp. 265
